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Vai avanti tu che mi vien da ridere

Questa è una specie di mozione d’ordine, che scrivo pensando d’interpretare anche il pensiero di Pino Corrias e Peter Gomez. Riguarda le risposte di tanti dei sempre più numerosi amici del blog. Perché questo blog sia qualcosa di attivo e di reciproco, senza guru e senza pecore, occorre che noi evitiamo di pontificare e voi di idolatrare. Cioè di aspettare che qualcuno vi dica cosa dovete fare, o addirittura agisca al posto vostro. Il vostro apprezzamento ci fa enorme piacere e ci aiuta a continuare.

Ma noi non siamo eroi coraggiosi, combattenti per una qualche causa, cavalieri senza macchia e senza paura. Siamo tre giornalisti che cercano di fare onestamente il loro mestiere: cioè informare, raccontare cose che non si sanno e spiegare cose che non si capiscono.

Voi siete cittadini che, se volete, potete approfittare del nostro lavoro per riflettere e ragionare meglio, cioè più informati. Per cambiare le cose, anche nella propria vita quotidiana e nel proprio ambiente famigliare, amicale e lavorativo, è sempre meglio saperne di più. Solo così noi giornalisti possiamo sperare di cambiare le cose: con le mani e le gambe dei nostri lettori. Se pensate che questo sia vero, allora lasciate perdere i messaggi del tipo: “Marco vai avanti”, “Pino sei tutti noi”, “Peter sei grande”. Noi giornalisti, da soli, abbiamo solo l’arma della parola, scritta e orale. Se “andiamo avanti” da soli, parliamo nel deserto. E siamo sostanzialmente inutili.

Evitiamo, allora, tutti di sentirci una piccola élite di migliori accerchiati dai cattivi e di pretendere il cambiamento dagli altri. Domandiamoci se non dobbiamo cominciare a cambiare qualcosa nella nostra vita. Io, per esempio, dovrei iniziare a rispettare i limiti di velocità in autostrada e i divieti di sosta con l’auto. Parafrasando Gaber, più del Berlusconi in sé dovrei preoccuparmi del Berlusconi in me. E anche del Mastella.

Pubblicato il 30/9/2007 alle 17.55 nella rubrica Marco Travaglio.

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