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Vignetta di NatangeloVanity Fair, 29 luglio 2009

Una delle tecniche più efficaci adottate dagli intellettuali per galleggiare senza mai dare troppa noia al potere è parlare d’altro. Mentre l’informazione italiana precipita tra i Paesi semiliberi, soffocata dal cancro della criminalità organizzata e dallo strapotere di Silvio Berlusconi che governa quasi per intero il flusso delle notizie, su molti giornali divampano polemiche di massima urgenza, tipo quella sulle celebrazioni dell’unità d’Italia.

Uno dei più svelti a comparire senza mai correre troppi rischi è Ernesto Galli della Loggia. Già qualche anno fa, mentre il presente veniva avvelenato dalle leggi ad personam, colmò d’inchiostro il tema antico della “morte della Patria”. E oggi, mentre il Sultano paga donne a tassametro e oscura i telegiornali, scende temerariamente da cavallo a perorare più impegno per il prossimo anniversario dei 150 anni di unità italiana, previsti nel 2011. Lo spalleggia l’ex presidente Carlo Azeglio Ciampi, noto per le sue passioni patriottiche, gli omaggi al tricolore, le lacrime quando nell’aere vibra l’inno di Mameli.

Mai una volta che altrettanti turbamenti sfiorino i nostri patrioti quando i lanzichenecchi di Palazzo Chigi votano la perpetua impunità del Cavaliere, compresa quella di molestare minorenni, votare condoni fiscali, ingannare i terremotati. E  rifilare bugie su tutta quella vicenda di feste & femmine che sui giornali di tutto il mondo viene rubricata come “Puttanopoli”. La nostra informazione – secondo l’osservatorio indipendente di Freedom House – è precipitata al 44° posto. E tra le sue colpe non risulta quella di censurare Garibaldi
(Vignetta di Natangelo)


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Vignetta di BandanasOra d'aria
da l'Unità del 27 luglio 2009

L´ultima Ora d´aria sulle trattative Stato-mafia del 1992-`93 si chiudeva con un invito ai signori delle istituzioni: "Per favore, ci raccontate qualcosa?".
In sette giorni Mancino, Violante, Ayala e Martelli han raccontato qualcosa, lasciando intendere che in certi palazzi si sa molto più di quanto non sappiano i magistrati e i cittadini. Ogni tanto se ne distilla una goccia. Quando non se ne può fare a meno. Ciancimino jr. racconta che nell´autunno ´92 il padre Vito, per trattare col colonnello Mori, pretendeva una "copertura politica" dal ministro dell´Interno Mancino e dal presidente dell´Antimafia Violante.
A 17 anni di distanza, Violante ricorda improvvisamente che Mori voleva fargli incontrare Ciancimino, ma lui rifiutò. Peccato che non l´abbia rammentato 10 anni fa, quando Mori fu indagato a Palermo (favoreggiamento mafioso) per la mancata perquisizione del covo di  Riina (assoluzione) e la mancata cattura di Provenzano (processo in corso).

Mancino nega da anni di aver incontrato Borsellino il 1° luglio ´92, esibendo come prova la propria agenda e smentendo così quella del giudice assassinato. Ma ora viene sbugiardato da Ayala: "Mancino mi ha detto che ebbe un incontro con Borsellino il giorno in cui si insediò al Viminale (1° luglio `92, come segnò il giudice, ndr): glielo portò in ufficio il capo della polizia Parisi. Mi ha fatto vedere l'agenda con l'annotazione".
Intanto Mancino svela a Repubblica che nel ´92 disse no a trattative con la mafia, ma senza rivelare chi gliele propose. Poi, sul Corriere, fa retromarcia: "Nessuna richiesta di copertura governativa". E l´incontro con Borsellino? Prima lo nega recisamente: "Non c´è stato. Ricordo la chiamata di Parisi dal telefono interno: `Qualcosa in contrario se Borsellino viene a salutarla?´. Risposi che poteva farmi solo piacere, ma poi non è venuto". Poi si fa possibilista: "Non posso escludere di avergli stretto la mano nei corridoi e nell´ufficio... non ho un preciso ricordo". Cioè: ricorda un dettaglio marginale (la chiamata di Parisi), ma non quello decisivo (l´erede di Falcone appena assassinato si perse nei meandri del Viminale o trovò la
strada del suo ufficio?). Poi torna a negare:"E´ così, ho buona memoria. Del resto c´è la testimonianza del pentito Mutolo: Borsellino interruppe l´interrogatorio con lui per andare al Viminale e tornò stizzito perché anziché Mancino aveva visto Parisi e Contrada". Scarsa memoria: Mutolo afferma che Borsellino tornò sconvolto perché gli avevano fatto incontrare Contrada, non perché non avesse visto Mancino (anzi, scrisse nel diario di averlo visto).

Resta poi da capire perché, fra Capaci e via d´Amelio, mentre partiva la trattativa Ros-Ciancimino, ci fu il cambio della guardia al governo. "Io e Scotti - ricorda l´allora Guardasigilli Claudio Martelli - eravamo impegnati in uno scontro frontale con la mafia. Ma altre parti di Stato pensavano che le cose si potevano aggiustare se la mafia rinunciava al terrorismo e lo Stato evitava di darle il colpo decisivo. In quel clima qualcuno sposta Scotti dall´Interno alla Farnesina e pensa pure di levare dalla Giustizia Martelli, che però dice no". Signori delle istituzioni, siamo sulla buona strada, ma si può fare di più. A quando la prossima puntata?
(Vignetta di Bandanas)

Gli approfondimenti dalla rassegna stampa - a cura di Ines Tabusso

Segnalazioni

Firmare un libro non basta (un'iniziativa speciale di Chiarelettere per la sicurezza sulle strade) - di Elena Valdini

Italia, con una bella dormita passa tutto - di Shukri Said (El Pais 10 luglio 2009)
Traduzione a cura di Italiadallestero.info


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Testo:
"Buongiorno a tutti. Utilizziamo i passaparola di questo periodo vacanziero per fare degli appuntamenti un po’ più brevi del solito e per dare una sistematina a alcune questioni pendenti, che spesso ricorrono anche nelle vostre domande, nei vostri post, nelle vostre richieste di spiegazioni.
Quella di cui voglio parlarvi oggi è la faccenda Mondadori, perché sta per arrivare a sentenza - non si sa ancora se prima o dopo le ferie - una vicenda che potrebbe chiudere la famosa guerra di Segrate, la guerra che, tra il 1989 e il 1990, contrappose De Benedetti a Berlusconi per il possesso della Mondadori: qualcuno ricorderà come era iniziata, ve la sintetizzo. LEGGI TUTTO

continua

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Vignetta di Bandanas






















Signornò

da L'Espresso in edicola

Più si avvicinano le primarie del 25 ottobre, più il precongresso del Pd somiglia all’edizione nazionale della fiera del tartufo di Alba. Non contento di riabilitare Craxi come grande “modernizzatore”, Veltroni annuncia in una tragicomica intervista al Corriere che sta scrivendo una legge sul conflitto d’interessi di rara durezza: “incompatibilità fra funzioni pubbliche e possesso di mezzi di comunicazione”. Wow!
Peccato non averci pensato prima, quando il centrosinistra era al governo e lui era vicepremier (1996-‘98) o leader del Pd (2007). Ancora l’anno scorso Uòlter s’impegnò a “non attaccare mai Berlusconi”, anzi a non nominarlo proprio (“il principale esponente dello schieramento avverso”) e a fare “le riforme insieme”.

Ora che il Cavaliere ha 100 deputati di  maggioranza, forse, è un po’ tardi. Intanto D’Alema spiega che “Bersani è il segretario ideale”, mentre Franceschini sta con “gli sconfitti”, fra cui Fassino. Il quale, a onor del vero, portò il centrosinistra a vincere tutte le elezioni parziali dal 2002 al 2005 e le politiche 2006, mentre il conte Max ha collezionato più fiaschi di una cantina sociale: dalla Bicamerale al governo-catastrofe che sostituì Prodi nel ’98 e tracollò nel 2000 dopo le bombe sull’ex Jugoslavia e la leggendaria operazione Telecom. Per non parlare della scalata Unipol-Bnl (“Vai, Consorte, facci sognare!”), frettolosamente rimossa.

Divisi sulle future poltrone, dalemiani e veltroniani hanno ritrovato comunque una mirabile unità nel chiudere gli occhi sulle tessere gonfiate che in certe zone della Campania superano addirittura il numero degli elettori (lo stesso era avvenuto nel 2007, ma nemmeno un responsabile fu sanzionato); e nel chiudere le porte delle primarie e persino del tesseramento a Beppe Grillo, in nome del sacro testo dello Statuto. Che però esclude soltanto “le persone iscritte ad altri partiti politici” (art. 2, comma 8). E Grillo non lo è. Ma lo Statuto del Pd è piuttosto elastico: si applica ai nemici (o presunti tali) e si interpreta per gli amici. E’ stata appena accolta nel Pd Alessandra Guerra, ex governatora del Friuli per la Lega Nord, ed è stata rinnovata la tessera a un tizio condannato in Germania per molestie sessuali.
Alle Europee si era deciso di non presentare amministratori locali. Poi però fu candidato (e per fortuna eletto) il sindaco di Gela, Rosario Crocetta, come pure Rita Borsellino, scaricata solo un anno fa dal Pd e passata alla sinistra radicale.

Del resto lo Statuto fu modificato nel giugno 2008 senza il numero legale per creare un sinedrio correntizio a esso sconosciuto, la Direzione nazionale, che esautorò il solo organo democraticamente eletto: l’Assemblea costituente. Assemblea riesumata sei mesi fa per eleggere Franceschini segretario senza numero legale né primarie, in barba allo Statuto medesimo. Come si chiama un partito che non rispetta nemmeno le regole che si è dato? Democratico, appunto.
(Vignetta di Bandanas)

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IL FATTO QUOTIDIANO: ORA E' POSSIBILE ABBONARSI CON PAYPAL
Cari amici del Fatto Quotidiano,
mancano due mesi esatti all’uscita in edicola del Fatto Quotidiano. E abbiamo qualche altra buona notizia da comunicarvi. Stiamo lavorando al progetto grafico, al sito web, alla composizione della redazione e del parco collaboratori, per essere pronti a uscire in edicola e online - come promesso – il 23 settembre. E le notizie che ci giungono quotidianamente dal fronte degli abbonamenti sono altrettante boccate d’ossigeno.

Da quando abbiamo attivato la soluzione di pagamento con carta di credito e abbiamo inviato l’email esplicativa ai 40 mila aspiranti abbonati che si erano prenotati, cioè da una settimana,  abbiamo ricevuto versamenti per 11500 abbonamenti effettivi (in gran parte con carta di credito, ma anche con conto corrente bancario e, in misura minore, postale).
La gran parte, circa il 66%, ha scelto di abbonarsi alla versione online (scaricabile dalla mezzanotte del giorno prima in Pdf), mentre gli altri hanno optato per l’abbonamento postale semestrale o annuale. E l’afflusso continua al ritmo diurno di un abbonato al minuto. La cifra di oltre 11 mila va al di là delle nostre più rosee previsioni iniziali e ci dà carica ed entusiasmo. Sentiamo di lavorare insieme a un piccolo, grande progetto comune. Sentiamo che il nostro sogno di fare un giornale per i lettori” e “dei lettori” sta diventando realtà...
 LEGGI TUTTO


Immagine di Roberto CorradiDalla rivista "A" in edicola

Il cinema italiano è salvo. Chi temeva che i tagli selvaggi al Fus, il Fondo unico dello spettacolo, da parte del governo potessero mettere in ginocchio l’industria cinematografica nazionale (peraltro ferma a pellicole di tre anni fa, “Il divo” e “Gomorra”) si sbagliava di grosso. Ora, a tenere alta la bandiera tricolore di celluloide, ci pensa la Padania.
Il ministro Umberto Bossi e il viceministro Roberto Castelli hanno voluto presenziare entrambi – un autentico trust di cervelli - all’inaugurazione del “Polo del cinema” appena aperto alla periferia di Milano grazie ai 9 milioni stanziati dalla Regione Lombardia. “E’ la nostra Hollywood”, ha proclamato restando serio il primo. “In tutte le fiction televisive – ha tuonato il secondo – i protagonisti, che siano bergamaschi, altoatesini o tedeschi, parlano sempre romanesco. E’ insopportabile. Dà fastidio. Con il nuovo polo lombardo si pongono le premesse per un’azione culturale migliore. Quindi, quando ci sono ambientazioni milanesi, si parli milanese”. Castelli ce l’ha con le due fiction dedicate a Papa Giovanni XXIII, “che era un bergamasco verace e sentirlo parlare romanesco è sbagliato, dà fastidio da un punto di vista culturale”.
Nessuno gli ha spiegato che nelle due fiction il Pontefice era interpretato da due attori stranieri (a parte Massimo Ghini che lo impersonava nella fase giovanile): Edward Asner e Bob Hoskins. Escludendo che i due attori anglofoni parlino il romanesco, se ne deduce che il problema era nel doppiaggio: bastava farli parlare con la voce di due doppiatori lombardi e il problema era risolto, anche girando il film a Roma (dove peraltro ha sede, se non andiamo errati, il Vaticano).

Ma il duo Bossi-Castelli ha grandi progetti, “dal punto di vista culturale” ça va sans dire, convinto (peraltro in buona compagnia, da Mussolini a Veltroni) che la politica debba mettere il becco anche nel cinema. Il Senatur, noto cinefilo, annuncia che il Polo cinematografico padano regalerà presto alla Nazione un imperdibile film sulla vita di Marco d’Aviano, un frate cappuccino veneto che incitò a suon di messe e rosari le truppe del Sacro Romano Impero trascinandole alla vittoria contro i turchi alle porte di Vienna. Se ne sentiva proprio la mancanza. Come del resto del capolavoro sul Barbarossa e su Alberto da Giussano, realizzato per Raifiction da Renzo Martinelli e anticipato con apposito trailer dal Senatur al recente raduno di Pontida. “C’è Bossi che mi sta facendo una testa tanto con questo cavolo di fiction di Barbarossa...”, confidava esausto Silvio Berlusconi due anni fa all’allora direttore di Raifiction Agostino Saccà, in una famosa telefonata intercettata. “Il signor regista – replicava Saccà - ha fatto un errore madornale, perché un mese fa ha dato… un’intervista alla ‘Padania’, dicendo che aveva parlato con Bossi e che... io ero riuscito a rimettere in moto la cosa, che era tutto a posto perché aveva parlato col Senatùr... Il regista Martinelli è un bravo regista, però è uno stupido, un ingenuo, un cretino proprio...”.

Ecco, ora ci sarà un polo apposito per registi cretini che prendono ordini dalla Lega. Ne guadagnerà “il punto di vista culturale”. Basta mezzecalzette romanesche tipo Sordi o Mastroianni, per non parlare dei cialtroni napoletani tipo Totò, i De Filippo, la Loren, Troisi o Servillo. A quando una bella fiction sulle ronde padane?
(immagine di Roberto Corradi)

Segnalazioni

La lunga vita dei sacchetti di plastica - scarica il pps con gli effetti dell'abuso di materiali non biodegradabili

La disinformata nazione di Berlusconi - di John Hooper (The Guardian, 21 luglio 2009)

Traduzione a cura di Italiadallestero.info


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Vignetta di NatangeloSolo 16 mesi fa, il 13 marzo del 2008, l'allora ministro delle Finanze in pectore, Giulio Tremonti, giurava: «Basta condoni. Oggi  non ci sono più le condizioni per farli, non li ho certo fatti volentieri, ma perché costretto dalla dura necessità. I condoni sono una cosa del passato».
Sappiamo come è andata a finire. Nel cosiddetto anti-crisi è stato riproposto per la terza volta lo scudo fiscale: chi aveva accumulato soldi e beni all'estero senza  avvertire gli uffici delle tasse potrà evitare una denuncia per omessa o incompleta dichiarazione dei redditi semplicemente versando all'erario il 5 per cento di quanto aveva nascosto. Ancora una volta, insomma, il governo premia i ricchi e i furbi.

Sostenere che questo accade a causa della crisi economica mondiale che ha messo in ginocchio i conti pubblici, è sbagliato. Certo, i bilanci dello Stato sono a un passo da una situazione di tipo argentino. La necessità di fare cassa è evidente per tutti: nei prossimi mesi, con tutta probabilità, ci troveremo a fronteggiare altri 500.000 senza lavoro. E per i nuovi disoccupati bisognerà per forza trovare qualche nuovo e costoso ammortizzatore sociale.
Questo blog, già in passato, ha però sottolineato come attraverso una tassa patrimoniale del 3 per mille che colpisca i patrimoni familiari superiori a 5 milioni di reddito sia possibile raccogliere 10 miliardi di euro. Molto di più insomma dei 3 miliardi e mezzo che, secondo alcuni calcoli, potrebbe garantire lo scudo fiscale.
Perché, allora, non si batte questa strada?

Accanto alle ragioni politiche - il governo di centro-destra ritiene che la patrimoniale gli alienerebbe il consenso del sul elettorato - ve ne è una che riguarda come al solito l'informazione. I media, e in particolare quelli televisivi, non fanno nulla per ricordare le promesse dei politici. E anzi, quando i fatti smentiscono le loro parole, nascondono sia i fatti che le parole. Insomma quello che tanto scandalizza nel caso escort-minorenni-Berlusconi, e cioè l'assoluta omertà della tv pubblica e privata, è ormai divenuto la regola in qualsiasi campo. Non è un caso. Einaudi ci ha spiegato come alla base di ogni democrazia liberale ci sia un principio semplice, semplice: bisogna conoscere per poter deliberare.
Perché, se la conoscenza è impedita, la bugia diventa un metodo di governo.
(Vignetta di Natangelo)

Gli approfondimenti da Signori della corte - a cura di Barbara Buttazzi

Segnalazioni

Silvio e Patrizia, la terza puntata delle registrazioni - da L'espresso Online

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Vignetta di theHandLa mosca tzè tzè
da L'Antefatto.it


Otto anni fa a oggi moriva Indro Montanelli. Nel 1994 era stato il primo, da posizioni conservatrici e dunque non prevenute, a intuire la minaccia che il suo ex editore Silvio Berlusconi entrato in politica rappresentava per la democrazia. Il 7 giugno 1994 il Cavaliere, premier da appena un mese, attaccò la Rai dei professori” (la più lontana mai vista dalla politica) illustrando la sua personalissima concezione del pluralismo:

“È certamente anomalo che in uno Stato democratico esista un servizio pubblico televisivo contro la maggioranza che ha espresso il governo del Paese. La Rai è faziosa, contro il governo che la gente ha voluto. La gente è d’accordo con me, questa Rai non le piace: me l’ha detto un sondaggio. Il governo se ne occuperà tra breve”.

L’indomani, sulla Voce, Montanelli scrisse che quel delirio dimostrava

“una allarmante confusione concettuale fra Stato e governo… Alla ‘gente’ la prospettiva di sei reti televisive... che, accantonati dibattiti e risse, intonino l’osanna al nuovo regime e al suo ‘timoniere’, probabilmente piace. Lo dimostra l’indifferenza con cui il cosiddetto uomo della strada ha accolto le dichiarazioni del timoniere... Io avevo i pantaloni corti quando Matteotti fu assassinato. Ma ricordo i discorsi che la gente intorno a me faceva. Dopo sei mesi di campagne giornalistiche al calor bianco... in cui nessuno era più in grado di distinguere la verità dalle menzogne, la gente accolse con sollievo il discorso del 3 gennaio 1925 con cui Mussolini imbavagliava la stampa e annunziava la dittatura... Berlusconi non è Mussolini... Ma è proprio questo clima di facilismo, di esenzione non dai problemi (di questi ce ne sono), ma da quelle angosce esistenziali che ci rendono ricettivi ai grandi princìpi, che può spianare a Berlusconi la strada verso una ‘democrazia del balcone’. Non quello di Palazzo Venezia, che gli andrebbe troppo largo. Ma quello della Casa Rosada, che consentiva a un Perón di arringare la folla... Ce la farà perché la gente è con lui, non con noi. E quando la gente si mette dietro qualcuno, gli uomini delle ‘comunicazioni di massa’ finiscono per mettersi dietro la gente. Queste cose le abbiamo già viste all’alba della nostra vita. Mai ci saremmo aspettati di rivederle al tramonto. Ma sembra che così debba essere”.

A rileggerlo oggi, quell’articolo profetico, mi rimbomba nella testa il ricordo delle “campagne giornalistiche al calor bianco... in cui nessuno era più in grado di distinguere la verità dalle menzogne” che precedettero l’avvento del regime mussoliniano. E’ il ritratto dei giorni nostri. Per settimane ci siamo sentiti ripetere che Patrizia D’Addario raccontava frottole. “Non è mai andata a casa del premier” (Niccolò Ghedini). “Non esistono registrazioni della D’Addario, a meno che qualcuno se le inventi” (ancora Ghedini). “Non sapevo che fosse una escort altrimenti non l’avrei frequentata né tantomeno l’avrei portata a cena dal presidente” (Giampaolo Tarantini). “Il presidente non sapeva che io rimborsassi le ragazze” (ancora Tarantini). “Non ho alcun ricordo di questa donna, ne ignoravo il nome e non avevo in mente il viso” (Silvio Berlusconi). “Purtroppo abbiamo sbagliato l’ospite” (ancora Berlusconi).  “Non ho mai pagato una donna, naturalmente, non ho mai capito che soddisfazione ci sia, se non c’è il piacere della conquista” (ancora Berlusconi).  “Qualcuno ha dato un mandato molto preciso e benissimo retribuito a questa signora D’Addario… un progetto eversivo” (ancora Berlusconi).

Ora, dalle conversazioni registrate dalla stessa D’Addario e pubblicate dal bravissimo Antonio Massari sul sito dell’Espresso, si scopre che hanno mentito tutti: Berlusconi, Ghedini, Tarantini, giornali e turiferari al seguito. Solo la D’Addario ha sempre detto la verità, senza prendere un euro per farlo. L’unico che l’ha “retribuita” è Tarantini, col quale Berlusconi si sentiva anche dieci o venti volte al giorno. Ma avrebbe dovuto pagarla anche il premier, secondo i patti. “Mille te li ho già dati – le dice Tarantini – poi se rimani con lui ti fa il regalo solo lui”. Ma Berlusconi se ne dimentica, promettendo però un interessamento per un’operazione immobiliare cara alla signora, e lei se ne lamenta con Giampi: “Niente busta però… Tu mi avevi detto che c'era una busta. Mi ha fatto un regalino, non so, una tartarughina…”.
Di fronte allo scandalo di quest’ennesima vagonata di menzogne di Stato, che occupa le pagine di tutti i giornali e i siti del mondo intero, il capo dello Stato non trova di meglio che attaccare quei pochi che fanno opposizione e auspicare “tregue” e “riforme condivise” (con chi? Con Papi? Con l’Utilizzatore Finale? Con il Puttaniere di Stato e i suoi ruffiani?). Al Pappone pensa di cavarsela dicendo “non sono un santo” (come se il problema fosse questo). I tg parlano d’altro (memorabile, l’altra sera, il mega-servizio del Tg1 di Menzognini su un ghiacciaio dell’Antartide). Pigi Battista, sul Corriere, farfuglia di “denunce pubbliche di comportamenti privati” e di “incursioni sputtanatorie”, dimenticando forse che il premier è un bugiardo matricolato e la signora D’Addario era candidata alle elezioni comunali di Bari nel Popolo delle libertà soltanto un mese fa.

Poveracci con la voce bianca o col caschetto mèchato alla Mastro Geppetto calunniano chi racconta i fatti sul Giornale di Papi. Mavalà Ghedini, sbugiardato platealmente dalle registrazioni, continua ad arrampicarsi sugli specchi, sostenendo contemporaneamente che i nastri sono falsi (“materiale del tutto inverosimile e frutto di invenzione”) e che chi li ha pubblicati ha violato il segreto investigativo (dunque sono veri, se lui stesso ipotizza che siano in possesso della Procura di Bari). Avvocati un tempo “democratici” e “garantisti”, come il rifondarolo Giuliano Pisapia, si alleano con Mavalà invocando sul Giornale indagini per “ricettazione” contro il giornalista che li ha pubblicati. Forse a questi principi del foro sfugge che le registrazioni non sono opera della magistratura o della polizia giudiziaria: le ha fatte, lecitamente, Patrizia d’Addario, e se le ha passate a qualche giornalista per dimostrare la propria attendibilità prima che venissero segretate, nessuno ha violato alcun segreto né alcuna legge. Il Giornale della ditta si scatena a demolire Patrizia con ogni sorta di insulto, senz’accorgersi che così peggiora la posizione dell’”utilizzatore finale”, il Cavalier Padrone, che la ricevette in casa sua per due volte, ci trascorse una notte “nel lettone di Putin”, le regalò due gioielli, promise di aiutarla in una pratica immobiliare, ci fece colazione insieme anzichè fare gli auguri al neoeletto presidente americano Obama, le raccontò dei suoi impegni istituzionali e internazionali, la richiamò al telefono e le diede appuntamento ad altri incontri per “farti leccare da una mia amica”, mentre il partito a Bari la candidava nella lista del ministro Raffaele Fitto, “La Puglia prima di tutto”. La poveretta si era perfino bevuta la promessa del Cavalier Bugiardoni:

D’Addario: E poi mi ha fatto una promessa…
Tarantini: Cioè?
D’Addario: Che… va beh te lo posso dire, tanto tu sei la guardia di tutto, mi ha detto che mi mandava gente sul cantiere. L'ha detto lui, quindi ci devo credere?
Tarantini: Sì, e va beh se lo dice lui…

Povera donna: “L’ha detto lui, quindi ci devo credere”. Infatti s’è visto com’è finita la storia. Come con il Contratto con gli italiani. Come con l’impegno in Sardegna a tenere il G8 alla Maddalena. Come con la promessa di ricostruire l’Aquila in men che non si dica. Ora, almeno, c’è un cittadino in più – Patrizia - che non si fida delle promesse del Re Sòla. E’ già qualcosa. Gli altri, un giorno o l’altro, seguiranno. Forse.
Indro, quanto ci manchi. 
(Vignetta di theHand)

Gli approfondimenti dalla rassegna stampa - a cura di Ines Tabusso


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