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da Il Fatto Quotidiano, 27 novembre 2010  

Da quando si crede un esperto di mafia senz’aver mai seguito un processo di mafia in vita sua, Pigi Battista riesce, se possibile, ad accumulare più figure barbine della sua pur ragguardevole collezione. In perfetta simbiosi con i trombettieri berlusconiani, scrive sul Corriere che “i teoremi vacillano”, tutto eccitato per le dichiarazioni dell’ex ministro Conso sul mancato rinnovo del 41-bis a centinaia di mafiosi detenuti nel '93. Il che, a suo avviso, “smentisce facilonerie e interpretazioni che godono di molta popolarità, specialmente a sinistra”. Quali? Che la trattativa Stato-mafia nel 1992-93 fosse finalizzata a “creare una nuova forza politica di cui si preconizzava con incredibile intuito profetico l’egemonia sulla Seconda Repubblica”.
La tecnica è esemplare: si attribuisce a una misteriosa “sinistra” facilonerie e interpretazioni mai dette da nessuno, poi si usa Conso per smentirle: “L’alleggerimento sul 41-bis era già stato realizzato da un mondo lontanissimo dal berlusconismo politico in nascita”. Cioè dai governi Amato e Ciampi che, essendo “di centrosinistra” (in realtà di pentapartito, il Pds non c’era), non potevano “far parte di un ‘complotto’ orchestrato dalla mafia e dalla nuova politica dell’utrian-berlusconiana”. Il pover’uomo, approdato in tarda età a occuparsi di queste vicende, non ha mai letto un libro né una pagina di atti giudiziari. E, da buon orecchiante, fa due più due: siccome il 41-bis l’ha alleggerito Conso, la nascita di Forza Italia non c’entra con la trattativa.

Non sa che da 15 anni i magistrati lavorano intorno ad almeno due trattative: quella degli ultimi scampoli di Prima Repubblica (1992-93) per fermare le stragi, e quella dei primi vagiti della presunta Seconda (1993-94), per rimpiazzare gattopardescamente la Prima con una nuova classe politica ancor più compromessa con la mafia, ma dotata di un potere contrattuale più forte di quello dei partiti agonizzanti per Tangentopoli. È quel che dice Massimo Ciancimino: “Mio padre fu il tramite fra Stato e mafia fino al dicembre del ’92, quando fu arrestato; poi mi disse che, nella primavera-estate del ‘93, gli era subentrato Dell’Utri”. In mezzo ci sono le decisioni “solitarie” (per chi ci crede) di Conso sul 41-bis.
Lungi dallo smentire le ricostruzioni delle Procure di Palermo, Caltanissetta e Firenze, Conso le conferma a pennello, in un perfetto incastro che solo chi non sa o non vuole vedere può negare. Nel 1992 (governo Amato), dopo Capaci, i vertici del Ros si attivano per cercare un contatto con i boss tramite don Vito, il quale, per saggiare la loro rappresentatività, pretende coperture politiche da Mancino, Rognoni e Violante. Alla fine si fida, come pure Riina, che consegna il papello con 12 richieste che sono la resa senza condizioni dello Stato alla mafia: via il 41-bis, ma soprattutto tre leggi che non si limitino ad alleggerire il carcere duro, ma portino entro pochi anni i boss detenuti fuori dal carcere (revisione del maxi-processo, depotenziamento dei pentiti e soprattutto “dissociazione” modello Br). Provenzano “vende” Riina e si propone come interlocutore, ma la guida di Cosa Nostra l’assume per qualche mese Bagarella, con le stragi nel continente firmate Graviano. Il 41-bis viene addolcito da Conso (governo Ciampi).

Ma per soddisfare le richieste più sostanziose occorre una nuova classe politica. E questa – che la mafia l’abbia ispirata o solo cavalcata – si chiama Forza Italia, ideata da un signore che persino per la Corte d’appello di Palermo ha trattato per vent’anni con Cosa Nostra, almeno fino al ‘92 (dopo c’è l’insufficienza di prove). Sarà un caso, ma Forza Italia proporrà norme per agevolare la revisione dei processi, trafficherà in ogni modo per la dissociazione e bombarderà per anni i pentiti (poi sterilizzati da una legge vergogna votata da sinistra e destra nel 2001). A casa nostra, una trattativa più una trattativa fa due trattative. A casa Battista, zero trattative. Prima di dare un’occhiata alla storia della mafia, forse è consigliabile un ripasso di aritmetica. 
(Vignetta di Fifo)

Segnalazioni

Berlusconi socio nostro - di Marco Lillo da ilfattoquotidiano.it

Berluscoma 2011 - Il tramonto della Seconda Repubblica - Il nuovo Dvd di Marco Travaglio
dal 30 novembre in edicola con Il Fatto Quotidiano.



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da Il Fatto Quotidiano, 13 novembre 2010

L’ultimo in ordine di tempo è stato Giovanni Conso, ministro della Giustizia nei governi Amato e Ciampi dal febbraio '93 al marzo '94. Sentito in Antimafia, Conso ricorda all’improvviso ciò che non aveva mai rivelato in 17 anni: “Nel novembre '93 decisi di non rinnovare il 41-bis a 140 mafiosi ed evitai così nuove stragi. Ma non c’è mai stato alcun barlume di trattativa. Decisi in piena solitudine senza informare nessuno: né i funzionari del ministero, né il Consiglio dei ministri, né il premier Ciampi, né il capo del Ros Mario Mori, né il Dap. Non fu per offrire una tregua, una trattativa, una pacificazione, ma per vedere di fermare la minaccia di altre stragi. Dopo le bombe del '93 a Firenze, Milano e Roma, Cosa Nostra taceva. Riina era stato arrestato, il suo successore Provenzano era contrario alle stragi, dunque la mafia adottò una nuova strategia non stragista”. Giustamente Luigi Li Gotti, avvocato di molti pentiti e deputato Idv, commenta: “Indirettamente Conso conferma la trattativa Stato-mafia”, ma rivela pure che “c’era stata una ‘comunicazione’ di Provenzano sull’abbandono della strategia stragista” e che “il governo sapeva che dietro le stragi c’era Cosa Nostra e il 41-bis”.
 
Checché Conso tenti di minimizzarle, sono notizie clamorose (infatti il Pompiere della Sera non vi dedica nemmeno mezza riga): lo Stato e l’Antistato si parlavano. Altrimenti, come faceva Conso a sapere che “Provenzano era contrario alle stragi”, visto che proprio nel novembre '93 fallì per un guasto tecnico il mega-attentato all’Olimpico che doveva essere ripetuto (stavolta con successo per Cosa Nostra) nel gennaio '94 e fu poi misteriosamente annullato in extremis? E come faceva 
Conso a sapere che proprio non rinnovando il 41-bis a 140 mafiosi si sarebbero “evitate nuove stragi”? Chi era dunque il trait d’union fra Stato e mafia? Se, in quei mesi, Vittorio Mangano faceva la spola fra Palermo e Milano2 per incontrare Dell’Utri negli uffici di Publitalia dove stava nascendo Forza Italia, resta da capire chi informasse il governo Ciampi, sostenuto da quel che restava del pentapartito, su richieste e scelte di Cosa Nostra. E comunque basta questo per parlare di trattativa. Altro che “nessun barlume”.

Conso non è credibile quando giura di aver fatto tutto da solo. Perché nel 2003, sentito dal pm fiorentino Chelazzi proprio sulla revoca di quel 41-bis, non disse nulla di quel che dice oggi? La storia del biennio nero 1992-'93 è piena di “servitori dello Stato” che fanno strane cose con la mafia, poi se le scordano per 17 anni e ritrovano la memoria solo quando un mafioso pentito, Gaspare Spatuzza e il figlio di un mafioso, Massimo Ciancimino, raccontano la trattativa. Nel giugno '92, dopo Capaci, i capi del Ros Mori e De Donno incontrano Vito Ciancimino perché faccia da tramite con i boss. Il ministro Martelli, predecessore di Conso, manda la giudice Ferraro a informarne Borsellino. Questi incontra Mori e De Donno, che però dicono di non aver parlato di trattativa. Il 1° luglio, mentre incontra il pentito Mutolo, Borsellino viene convocato d’urgenza al Viminale dove s’è appena insediato Mancino e ne esce sconvolto, anche perché gli han fatto incontrare Contrada che Mutolo si accinge ad accusare. Diciotto giorni dopo salta in aria in via D’Amelio e dalla scena 
del delitto scompare la sua agenda rossa. A fine anno Mori tenta di convincere Violante, presidente dell’Antimafia, a incontrare Ciancimino, invano. Anche Violante, come Martelli, Ferraro e Conso, impiega tre lustri per ricordare l’episodio.

Ma tutti negano la trattativa e giurano di aver agito a titolo personale. E il papello che invocava la fine del 41-bis? Un falso. E la mancata perquisizione del covo di Riina nel '93? Un disguido. E il mancato arresto di Provenzano nel '95? Un equivoco. E il mancato ritrovamento del papello a casa Ciancimino nel 2005? Ops... Tutti trattavano con la mafia, ma a loro insaputa. 
(Vignetta di Bertolotti e De Pirro)

Segnalazioni

La vedova Ciancimino: "Mio marito vedeva B." - da www.ilfattoquotidiano.it

Caveat Imperator (Financial Times - UK, 3 novembre 2010)
Traduzione a cura di italiadallestero.info


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scarpinatoMarco Travaglio intervista il magistrato Roberto Scarpinato
da Il Fatto Quotidiano, 24 luglio 2010

Dottor Roberto Scarpinato, come nuovo procuratore generale a Caltanissetta lei dovrà occuparsi dell’iter della revisione del processo per la strage di via D’Amelio, che a quanto pare ha condannato definitivamente almeno sette persone innocenti, di cui tre si erano autoaccusate falsamente. Ora, sulle stragi del 1992-93, i suoi colleghi di Palermo e Caltanissetta dicono che siamo prossimi a una verità che la classe politica potrebbe non reggere. Qual è la sua opinione? 

Proprio a causa del mio nuovo ruolo non posso entrare nel merito di indagini e processi in corso. Mi limito a un sommario inventario che induce a ritenere che i segreti del multiforme sistema criminale che pianificò e realizzò la strategia terroristico-mafiosa del 1992-93 siano a conoscenza, in tutto o in parte, di circa un centinaio di persone. E tutte, dalla prima all’ultima, continuano a custodirli dietro una cortina impenetrabile. 

E chi sarebbero tutte queste persone?   
Partiamo dai mafiosi doc: Riina, Provenzano, i Graviano, Messina Denaro, Bagarella, Agate, i Madonia di Palermo, Giuseppe Madonia di Caltanissetta, Ganci padre e figlio, Santapaola e tutti gli altri boss della “commissione regionale” di Cosa Nostra che si riunirono a fine 1991 per alcuni giorni in un casale delle campagne di Enna per progettare la strategia stragista. Una trentina di boss che poi riferirono le decisioni in tutto o in parte ai loro uomini di fiducia. Altre decine di persone. Nessuno di loro ha mai detto una parola sul piano eversivo globale. Le notizie che abbiamo ce le hanno fornite uomini d’onore che le avevano apprese in via confidenziale da alcuni partecipanti al vertice, come Leonardo Messina, Maurizio Avola, Filippo Malvagna. Altri a conoscenza del piano sono stati soppressi poco prima che iniziassero a collaborare, come Luigi Ilardo, o sono stati trovati morti nella loro cella, come Antonino Gioè. Agli esecutori materiali delle stragi o di delitti satellite, i vertici mafiosi in genere non rivelavano i retroscena politici del piano stragista, si limitavano a fornire spiegazioni di causali elementari e di copertura. Aggiungiamo i vertici della ndrangheta che, come hanno rivelato vari collaboratori,tennero nello stesso periodo una riunione analoga nel santuario di Polsi.   

Chi altri sa? 
È da supporre una serie di personaggi che anticiparono gli eventi che poi puntualmente si verificarono. L’agenzia di stampa “Repubblica” vicina a Vittorio Sbardella, ex leader degli andreottiani romani (nulla a che vedere col quotidiano omonimo) scrisse 24 ore prima di Capaci che di lì a poco si sarebbe verificato “un bel botto” nell’ambito di una strategia della tensione finalizzata a far eleggere un outsider come presidente della Repubblica al posto del favoritissimo Andreotti. Il che puntualmente avvenne, così Andreotti fu costretto a farsi da parte e venne eletto Scalfaro. Anni dopo Giovanni Brusca ha riferito che la tempistica di Capaci era stata preordinata per finalità che coincidono esattamente con quelle annunciate nel profetico articolo. Dunque, o l’autore aveva la sfera di cristallo, o conosceva alcuni aspetti della strategia stragista e aveva deciso di intervenire sul corso degli eventi con una comunicazione cifrata, comprensibile solo da chi era a parte del piano.   

L’agenzia Repubblica aveva pure anticipato il progetto globale in cui si inscriveva il delitto Lima. 
Esattamente. Il 19 marzo 1992, pochi giorni dopo l’assassinio di Salvo Lima (andreottiano come Sbardella,ndr), l’agenzia annunciò che l’omicidio era l’incipit di una complessa strategia della tensione “all’interno di una logica separatista e autonomista […] volta a consegnare il Sud alla mafia siciliana per divenire essa stessa Stato al fine di costituirsi come nuovo paradiso del Mediterraneo […] mediante un attacco diretto ai centri nevralgici di mediazione del sistema dei partiti popolari […].  Paradossalmente il federalismo del Nord avrebbe tutto l’interesse a lasciare sviluppare un’analoga forma organizzativa al Sud lasciando che si configuri come paradiso fiscale e crocevia di ogni forma di traffici e di impieghi produttivi, privi delle usuali forme di controllo, responsabili della compressione del reddito deriva-bile dalla diversificazione degli impieghi di capitale disponibile”.
Anni dopo Leonardo Messina rivelò alla magistratura e all’Antimafia il progetto politico secessionista di cui si era discusso nel summit di Enna su input di soggetti esterni che dovevano dare vita a una nuova formazione politica sostenuta da “vari segmenti dell’imprenditoria, delle istituzioni e della politica”. Come faceva l’autore dell’articolo a sapere ciò che anni dopo avrebbe svelato Messina? È come se circolassero informazioni in un circuito separato e parallelo a quello destinato alla massa. Un circuito soprastante alla base mafiosa, delegata ad eseguire la parte militare del piano, e interno alla mente politica collettiva che quel piano aveva concepito, anche se poi quel piano mutò in corso d’opera per una serie di eventi sopravvenuti, e si puntò così ad una diversa soluzione incruenta.
In questo quadro c’è poi da chiedersi perché, in un’intervista del 1999, il professor Miglio, ex teorico della Lega Nord, dichiarò parlando dei fatti dei primi anni ‘90: “Io sono per il mantenimento anche della mafia e della ‘ndrangheta. Il Sud deve darsi uno statuto poggiante sulla personalità del comando. Che cos’è la mafia? Potere personale, spinto fino al delitto. Io non voglio ridurre il Meridione al modello europeo, sarebbe un’assurdità. C’è anche un clientelismo buono che determina crescita economica. Insomma, bisogna partire dal concetto che alcune manifestazioni tipiche del Sud hanno bisogno di essere costituzionalizzate”. 
(Leggi tutta l'intervista)

 Segnalazioni

"L'agenda nera. Via D'Amelio 1992-2010. Un depistaggio di Stato". Il libro di Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza (edizioni Chiarelettere).

Il bavaglio? Su internet non è stato rimosso, anzi - Peter Gomez a Sky Tg24

 

 


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da Il Fatto Quotidiano, 24 giugno 2010


Il documentario “Sotto scacco” di Gumpel e Lillo allegato da oggi al Fatto mostra le immagini degli attentati politico-mafiosi del 1993 alla Torre dei Pulci di Firenze, attigua agli Uffizi, al Padiglione di arte contemporanea (Pac) di Milano e alle basiliche romane di San Giovanni in Laterano e San Giorgio al Velabro. Nomina alcune delle vittime (10 morti e decine di feriti) di quegli eccidi. E provoca una domanda: ma perché quei filmati non si vedono mai e quei nomi non si sentono mai in televisione?
Conosciamo a memoria le scene dell’autostrada Palermo-Punta Raisi in zona Capaci e di via D’Amelio sventrate dalle bombe del 1992 contro Giovanni Falcone, Francesca Morvillo, Paolo Borsellino e gli uomini delle scorte: perché degli attentati del 1993 si è perduta la memoria anche visiva? L’unica risposta plausibile ha molto a che fare con la ragione di vita del nostro giornale (e del nostro tormentatissimo sito): perforare l’omertà della nostra politica e dell’“informazione” al seguito, quel gigantesco bavaglio, anzi autobavaglio, che i piani alti del Palazzo hanno imposto al Paese sulle origini della Seconda Repubblica.

Il regime trasversale nato da quelle trattative inconfessabili e dalle stragi che ne sono scaturite ha fabbricato intorno a Capaci e via D’Amelio un’impostura oleografica e consolatoria: Falcone e Borsellino simboli dello Stato “buono” che combatte la mafia “cattiva”. Le due punte di diamante dell’antimafia che ha messo in ginocchio Cosa Nostra punite dalla vendetta mafiosa. Il Bene contro il Male,lo Stato contro l’Antistato. E giù retorica, celebrazioni, documentari, fiction. Sappiamo che le cose non sono andate così, e quel che raccontano Spatuzza e Ciancimino jr conferma le verità giudiziarie consacrate ma ipercensurate sui “mandanti esterni”, cioè politici, imprenditoriali, istituzionali (nel nostro dvd il pentito Mutolo racconta che già Borsellino aveva saputo di manovre istituzionali per garantire l’impunità ai boss subito dopo Capaci con la comoda scappatoia della “dissociazione”, e 18 giorni dopo fu ucciso). Ma questo ci è stato raccontato a reti unificate e milioni di italiani se lo sono bevuto.

Le stragi del 1993 invece a questa impostura fumettistica da film western, cow boys contro indiani, o da film giallo, Intoccabili contro Al Capone, non si prestano. Stonano, suscitano interrogativi, non si lasciano schiacciare nella contrapposizione manichea tra buoni e cattivi. Si capisce subito che i conti non tornano. L’unica certezza, giudiziariamente accertata, è che a organizzarle materialmente furono gli uomini del clan Graviano, regnante sul quartiere Brancaccio. 
Ma anche un bambino tonto, vedendo il Pac, il Velabro e la Torre dei Pulci in briciole, non può non domandarsi: quante persone non dico a Brancaccio, ma in Italia conoscevano l’esistenza di quei tre edifici prima che fossero abbattuti nella primavera-estate ’93? Chi suggerì quei bersagli raffinatissimi e semisconosciuti ai macellai dei clan Graviano, Bagarella, Aglieri e Messina Denaro per i primi attentati mai compiuti da Cosa Nostra fuori dalla Sicilia? E perché, subito dopo, la guerra della mafia allo Stato finì di colpo? Perché l’ultimo attentato, quello contro i carabinieri all’Olimpico di Roma, fu annullato in extremis a fine gennaio ’94, all’indomani della discesa in campo del Cavaliere? Quelle immagini sono pericolose, eversive, perché parlano da sole: costringono chi le vede a porsi queste domande. Domande imbarazzanti, per chi conosce le risposte o deve fornirne una. Si rischia di dover riscrivere anche la falsa trama western di Capaci e via D’Amelio: meglio lasciar perdere.

Molte risposte sono leggibili nelle carte del processo Dell’Utri, che nelle prossime ore avrà la sua sentenza d’appello. Ma anche quel processo è tabù: riguarda i misteri della Seconda Repubblica, dunque in tv non se ne deve parlare. E chi infrange il divieto dev’essere chiuso (Annozero) o censurato (Silvia Resta su La7). Per questo è nato il Fatto.
(Striscia di Fei)

sotto scaccoSabato 26 giugno, Roma, ore 21. Serata No bavaglio in occasione della presentazione del documentario "Sotto Scacco", di Udo Gumpel e Marco Lillo. Partecipano Marco Travaglio, Antonio Padellaro, Peter Gomez, Marco Lillo, Udo Gümpel, Roberto Scarpinato, Claudio Gioè. c/o Caffé Letterario, via Ostiense 95
Video: Dell'Utri e le relazioni con Cosa Nostra - Da ilfattoquotidiano.it , l'anteprima del documentario" Sotto Scacco".


No bavaglio
Il testo del Ddl
Contro la legge bavaglio, manifestazione il 1 luglio a Roma, Piazza Navona -
Tutti in piazza il 1 luglio L'appello della Fnsi
E l'editore scese in piazza - da repubblica.it





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Testo:
Buongiorno a tutti, oggi parliamo di una vecchia storia che risale al 1989, a 21 anni fa e che è il fallito attentato all'Addaura contro Giovanni Falcone e i due giudici svizzeri che lavoravano insieme a lui quel giorno nella casa al mare che aveva affittato Falcone per quella estate, però partiamo da una cosa che ci siamo detti l’anno scorso, esattamente di questi giorni.

Stato, doppio Stato e affini
Il 9 maggio 2009, celebrando Il Giorno della Memoria delle vittime del terrorismo e delle stragi, il Presidente della Repubblica Napolitano, disse delle cose molto giuste sul ruolo, di connivenze, di depistaggi di apparati dello Stato per inquinare le indagini su alcuni dei più foschi misteri della nostra storia recente, disse anche una cosa che mi era sembrata molto sbagliata e non soltanto a me, cioè disse: il nostro Stato democratico, proprio perché è sempre rimasto uno stato democratico e in esso abbiamo sempre vissuto, non in un fantomatico doppio Stato, porta su di sé questo peso delle verità non complete. (leggi tutto)

Segnalazioni
Addaura, nuova verità sull'attentato a Falcone  - di Attilio Bolzoni, da repubblica.it
La video inchiesta

 
"Il Patto. Da Ciancimino a Dell'Utri, la trattativa Stato e mafia nel racconto inedito di un infiltrato" - Le rivelazioni di Luigi Ilardo al Colonello Riccio, oggi alla base del processo in corso a Palermo contro il generale Mario Mori, nel libro di Nicola Biondo e Sigfrido Ranucci (edizioni Chiarelettere).

 

 

 


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Vignetta di Natangeloda Il Fatto Quotidiano, 10 ottobre 2009

Ci sono dentro tutti. Gli uomini di Governo e di opposizione: quelli che tra il 1992 e il 1993, mentre per strada scoppiavano le bombe di mafia, erano al corrente della trattativa intavolata tra Cosa Nostra, i servizi servizi segreti e i carabinieri. E ci sono dentro anche i leader di oggi: il premier Silvio Berlusconi e il suo braccio destro Marcello Dell'Utri che, tra il '93 e il '94, proprio nei giorni in cui stava nascendo Forza Italia, furono informati, secondo il pentito Giovanni Brusca, di tutti i retroscena delle stragi.

A Berlusconi - ha più volte spiegato Brusca in aula e in una serie d'interrogatori davanti ai pm - la mafia fece arrivare, dopo i primi articoli di giornale che parlavano dei suoi legami con il boss Vittorio Mangano, un messaggio preciso: non ti preoccupare se adesso scrivono di te, intanto i tuoi avversari politici non possono far finta di cadere dalle nuvole, non ti possono tenere sotto schiaffo, perché ci sono di mezzo anche loro; dacci invece una mano per risolvere i nostri problemi altrimenti noi continuiamo con le bombe e finiremo per renderti la vita impossibile.  

All'indomani della puntata di “Annozero” in cui l'ex Guardasigilli, Claudio Martelli, ha svelato di essersi opposto al dialogo tra Stato e Antistato e di aver fatto arrivare la notizia della trattativa in corso a Paolo Borsellino (che si mise di traverso e forse anche per questo fu ucciso), la storia oscura di quei giorni insanguinati assomiglia sempre più a quella di un grande ricatto. Un ricatto in cui affonda le sue radici la Seconda Repubblica. In troppi, infatti, sapevano, e in troppi hanno taciuto. La prima parte della vicenda è ormai nota. Borsellino, intorno al 23 giugno del 1992, viene avvertito da una collega del ministero dei colloqui che il colonnello Mario Mori e i capitano Giuseppe De Donno hanno avviato con l’ex sindaco mafioso di Palermo, Vito Ciancimino. Capisce che è in corso un gioco pericoloso. In quel momento parlare con i vertici dell’organizzazione vuol dire convincere Totò Riina che le stragi pagano perché lo Stato è disposto a scendere a patti. Dice di no da subito e per questo il 25 giugno, durante un dibattito pubblico, spiega di aver ormai i giorni contati. Poi incontra Mori e De Donno. E, il primo luglio, vede il nuovo ministro degli Interni, Nicola Mancino (che continua a negare di avergli parlato) e il numero due del Sisde, Bruno Contrada.

Che cosa si dica con loro non è chiaro. Fatto sta che Riina cambia strategia. Evita di uccidere, come programmato, il leader della sinistra Dc siciliana, Lillo Mannino, (considerato un traditore) e fa invece saltare in aria il 19 luglio Borsellino e la scorta. Un attentato reso più semplice dall’assenza di controlli in via D’Amelio, la strada dove viveva sua madre. E da un’incredibile dimenticanza: Borsellino non viene informato dell’esistenza di una relazione dell’Arma che dà per imminente un’azione di Cosa Nostra contro di lui e contro l’allora pm, Antonio Di Pietro.

Se questo è il quadro (Brusca e Massimo Ciancimino, il figlio di Vito, assicurano che Cosa Nostra era al corrente di come il presunto referente governativo della trattativa fosse Mancino), diventa chiaro quanto la notizia fosse politicamente esplosiva. Anche perché pure l’ex comunista Luciano Violante, all’epoca presidente della commissione antimafia, sapeva che i carabineri parlavano con l’ex sindaco mafioso.

È a questo punto che, secondo Brusca, entrano in scena Berlusconi e Dell’Utri. Un anno dopo, intorno al 20 settembre del ‘93, Brusca legge un’articolo su L’Espresso in cui si parla del Cavaliere e di Vittorio Mangano. Riina, che non gli aveva mai parlato di questo legame con la Fininvest, è ormai in carcere. Durante la primavera e l’estate le bombe di mafia sono esplose a Roma, Firenze e Milano. Ma le stragi non sono servite per far ottenere a Cosa Nostra norme meno dure. Così Brusca pensa di utilizzare Mangano per fare arrivare al Cavaliere il suo messaggio. Ne parla con Luchino Bagarella, il cognato di Riina, che dà l’assenso. Verso metà ottobre Mangano parte in missione. A novembre, come risulta da un’agenda sequestrata a Dell’Utri, l’ideatore di Forza Italia lo incontra. Poi i colloqui, mediati secondo il pentito da degli imprenditori delle pulizie di Milano, proseguono almeno fino alle elezioni del marzo ‘94. Il futuro premier è soddisfatto Brusca ricorda: “Mangano mi disse che Berlusconi era rimasto contento”.
(Vignetta di Natangelo)

Segnalazioni

I fatti del Fatto di Antonio Padellaro (Il Fatto Quotidiano, 11 ottobre 2009)

I video di Qui Lecco Libera - Incontro con Dario Franceschini


Cucù, cucù, il lodo non c’è più - di Carlo Cornaglia
In Italia è successo un finimondo:
dicendo che la legge è ugual per tutti
la Consulta ha mandato il lodo a fondo
ed Alfano e Ghedini son distrutti.

I Giustiniani in erba eran tranquilli,
era tranquillo il prode Cavaliere
poiché, dei suoi lacché grazie ai cavilli,
i suoi processi erano chimere...
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